Me la ricordo la fine degli anni ’80. Un’estate di fine anni ’80 per essere più precisi. Che sono solo poco più di trenta anni fa, un soffio nel respiro del tempo, ma è lontana millenni da come sono diverse le estati oggi. In città rimaneva un caldo secco, asfissiante. Il sole picchiava senza pietà sulle lamiere delle macchine parcheggiate, sciogliendo l’asfalto nei punti più esposti. E i mesi di agosto la città si svuotava, ma veramente non c’era più nessuno. Niente traffico, niente rumore, nessuno in giro. E chiusi pure i negozi. Ed erano gli anni che i centri commerciali con l’aria condizionata non esistevano e le ferie agostane erano un esodo di massa. In città quando si trovava un alimentari aperto era bene fare rifornimento di pasta e quant’altro, che oggi era aperto e magari domani chiudeva pure lui per qualche settimana e addio rifornimenti.
Una di quelle estati rimasi solo, in breve tempo partirono tutti quelli che conoscevo. Nessun amico con cui parlare, pochi soldi, zero prospettive. Depressione alle porte che sovrastava le giornate come un grande mantello nero pronto a scendere giù e coprire tutto lasciandomi in una lunga notte in balia dei miei demoni. Avevo un’imponente Fiat 124 targata Roma E26517. Color verde militare e consumava di conseguenza, come un carro armato. Stessa manovrabilità, niente comfort. No servosterzo, no aria condizionata, no impianto stereo. Sedili in sky finta pelle nocciola sui cui il sudore creava uno strato bagnato che mi teneva appiccicato con un rumore in sottofondo come di ranocchie schiacciate.
Per vincere la noia cominciai a vagare per la città, andando a scoprire quei quartieri lontani che nelle gestione ordinaria della vita non avevo mai incrociato. Giravo lentamente, con i finestrini aperti e il braccio di fuori, scrutando angoli, piazze, le targhe delle strade, i palazzi ora liberty ora popolari. Rompevo il silenzio con il mio passaggio, interrompendo il frinire delle cicale che faceva da sottofondo. Non c’era niente, non c’era nessuno.
Quel pomeriggio lo ricordo bene. Il cielo si era fatto plumbeo e si preannunciava un temporale estivo. Il caldo secco aveva lasciato il posto a un’afa umida che rendeva l’aria irrespirabile, quasi solida e mi si appiccicava addosso come colla. Ero nel quartiere africano, che di africano ha solo i nomi delle strade. Viale Eritrea, viale Libia, piazza Annibaliano e così via. E poi all’improvviso un cinema aperto. Uh, che sorpresa.
La locandina diceva che si proiettava il film Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, retrospettiva di un certo Pedro Almodóvar appena arrivato al successo con Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Mi lasciai tentare perché posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni come diceva Oscar Wilde. Parcheggio, biglietto e sono dentro.
La sala è vuota, scorgo qualche altra testa sparpagliata nella penombra della platea. Siamo pochi, forse quattro o cinque, non di più. Non so perché, ma queste presenze incutono terrore. Se sei qui dentro in un pomeriggio agostano invece che su una spiaggia o un prato di montagna, qualcosa che non funziona ci sta. Deve essere un pensiero comune, un’idea di pericolo condiviso e per questo siamo tutti distanti e magari siamo molto più simili di quello che temiamo. Uh, ecco, inizia il film.
Titoli di testa, disegni fumettosi sul blu, musica a stecca, si parla spagnolo, sottotitoli. I primi venti minuti sono devastanti. Un tipo di mezza età semicalvo suona con insistenza alla porta di una giovanissima Carmen Maura, nel film Pepi. Lei apre, lui si qualifica: sono un poliziotto, abito di fronte, le tue piante mi hanno incuriosito. Sono piante di marijuana, ovviamente. Vista la mala parata, Pepi alza la gonna e mostra la coniglietta, così dice. Lui apprezza e decide di chiudere un occhio in cambio di una veloce conoscenza con l’animaletto. No, dice lei, mettimelo dietro che sono più abituata, inoltre sono vergine e la mia virtù la devo vendere. Faccia a faccia, ribatte lui, e la penetra. Lei strilla. Sipario.
Pepi medita vendetta, ma il pestaggio organizzato non va a buon fine perché a rimetterci è il fratello gemello del poliziotto.
Cambio di scena, interno giorno. Pepi brama la sua rivincita e invita Luci, moglie dello stupratore, a casa sua per una lezione di lavoro a maglia con i ferri. Trascrivo il dialogo.
Pepi: ogni volta che sbagli ti picchio, così impari!
Luci: hai ragione, ho bisogno di botte
Pepi: ti piace, vero?
Luci: come l’hai capito?
Pepi: ti brillano gli occhi dalla voglia, porca!
Luci: certe cose non si possono nascondere, per questo ho sposato lui. Credevo che mi avrebbe trattato come una cagna e invece mi rispetta come se fossi sua madre!
Pepi: non bisogna fidarsi
Luci: sono arrabbiata
Pepi: non preoccuparti, quando facciamo lezione avrai le tue botte!
La picchia, lei ride.
Luci: solo a pensarci mi sono già bagnata!
Pepi: che fortuna!
Luci: e tu che fai?
Pepi: i miei genitori mi mantenevano ma ora si sono seccati e dovrò cavarmela da sola
Luci: e che farai?
Pepi: pensavo di vendere la mia verginità ma giorni fa mi hanno violentata
Luci: almeno avrai goduto un po’
Pepi: avrei goduto di più con le 60.000 pesetas che avrei chiesto
Luci: chi ha il pane non ha i denti
Pepi: voglio solo vendicarmi
Dlin dlon, suona il campanello
Pepi (mentre va ad aprire): perché nasconderlo? È stato tuo marito
Luci: mio marito? Disgraziato! E a me niente
Entra una punkettona, è Bom
Bom: questa chi è?
Pepi: la mia insegnante di maglia
Bom (toccandola): sulla quarantina e morbida. Come piacciono a me!
Sempre Bom: devo pisciare
Pepi: aspetta, fagliela addosso. È accaldata, la rinfescherà
Bom: sarà un po’ difficile, ma ne varrà la pena
Pepi: ti aiuto io, sali sulla sedia. Alza la gamba.
Bom sale sulla sedia alza la gamba e sì, gliela fa addosso, sul viso. Vedo il getto che esce e che rinfresca Luci.
Non sono un santo e ho già un bel po’ di esperienze, alcune curiose e altre da evitare, ho vissuto momenti inusuali e non convenzionali, ma qui sono passati venti minuti e sto a bocca aperta stupefatto a vedere questa scena di pissing chiedendomi cosa altro potrà succedere adesso.
E succede che Luci scappa di casa per sottomettersi a Bom, trovando quel rapporto di dipendenza tanto bramato fin quando dopo un’ora e passa di scene, incontri e dialoghi surreali, il marito la ritrova e la gonfia come una zampogna. Potendo dare finalmente sfogo al suo ruolo di sottomissione Luci ritorna a casa dal virile marito, mentre Pepi e Bom ricominciano la loro avventura insieme.
Titoli di coda, fine.
Esco, fuori ha piovuto e l’asfalto rovente fa salire su l’afa ancora più soffocante che di nuovo mi si appiccica addosso. Vorrei qualcosa che mi dia sollievo e ripenso a Luci e Bom e alla loro modalità di rinfresco. Sono frastornato, le immagini appena viste mi tornano in mente in rapidi flash, come cartoline che scorrono veloci davanti ai miei occhi in un sotteso di eccitazione che sento vibrare dentro.
Un giorno troverò qualcuna, penso, una persona giusta con cui apprezzare la pioggia dorata. Sarà il giorno in cui chiuderò il cerchio con questa estate di fine anni ’80, l’estate della solitudine, della depressione dietro l’angolo, del raschiare in fondo al barile per non morire. E me la ricorderò per sempre perché è un punto di non ritorno, quello in cui il concetto delle regole imposte che vanno valicate diventa chiaro dentro di me.
Torno a casa, prendo un ago e ci giro intorno un filo di cotone. Apro la boccetta dell’inchiostro di china nero, lo immergo dentro e mi buco la pelle del piede destro, lì all’interno proprio sotto l’osso del calcagno. Buco, faccio entrare l’ago e giro in modo da essere sicuro che l’inchiostro penetri sottopelle. E poi un altro buco e un altro e un altro ancora finché il dolore non è completo e il disegno anche. E poi passo all’altro piede per il dolore e il disegno speculare, affinché il lavoro sia compiuto nella sua interezza.
Era l’estate di fine anni ’80, la porto disegnata sottopelle.
