Quando muori la prima cosa che scopri è che il purgatorio non esiste, è un falso storico. Un’invenzione di quel Dante Alighieri che evidentemente per vendere un libro in più, ha tirato fuori questa cosa. Beh, no. Non c’è. Perché si arriva in uno stanzone enorme tutti in fila e in fondo ci sta un tavolino con un tipo seduto dietro. A sinistra e destra due porte. Basta, finito così. La fila per fortuna scorre e si arriva velocemente da questa specie di usciere vestito di blu, con un cappello piatto da autista. Sta seduto dietro alla scrivania e ha un librone davanti.
«E tu chi sei?»
Non ho resistito: «so’ Lillo»
«Hai poco da fare lo spiritoso»
«So’ Cristian»
«Bravo, a destra»
Ora, io non ho capito bene se era la destra sua e quindi la sinistra mia o viceversa, sta di fatto che sono andato a destra mia, ho aperto la porta e sono entrato. Era una specie di ascensore che saliva, l’altro, quello della porta a sinistra scendeva, so’ sicuro.
Comunque salgo su e a un certo punto la porta si apre ed entro dentro una stanza, più piccola dell’ingresso, ma sempre coi muri bianchi e niente arredamento. Mi giro un attimo intorno cercando di capire e vedo che ci sta un tipo in un angolo. Sta appoggiato lì e legge un libro. Alza gli occhi e mi guarda, poi si rimette a leggere, poi mi riguarda di nuovo.
«Senti un po’ – mi fa – ti ricordi quella volta che hai parcheggiato in via Cola di Rienzo e non hai pagato il parcheggio?»
«Sì, era l’estate scorsa»
«E ti hanno fatto la multa, giusto?»
«Eh sì, mi hanno fatto la multa»
«E io che c’entravo?»
«In che senso? Lei era il vigile?»
«No, non ero il vigile, ma leggo qui il tuo commento quando hai trovato la multa sul tergicristallo: mannaggia quel porco… e non vado avanti»
«Ah»
«Eh, come la mettiamo?»
«In che senso? Non capisco, lei che c’entra?»
«Io sarei quel porco che hai nominato invano»
«Lei è Dio?»
«Per l’appunto»
«Ah, mi scusi, non l’avevo riconosciuta. Sa, immaginavo la barba bianca, i capelli lunghi. La tonaca…»
«Non dire cazzate che hai poco da scherzare»
«Ma no guardi, sul serio, non l’avevo riconosciuta»
«Beh, ora lo sai. Quindi?»
Ammetto che mi sentivo un po’ a disagio
«Quindi cosa?»
«Quindi che volevi da me, quel giorno?»
«Ma niente, era un’imprecazione, così, tanto per dire»
«TANTO PER DIRE?» Mi urla addosso
«Niente di personale» cerco di minimizzare
«NIENTE DI PERSONALE?» Continua a strillare
Non so come uscire da questo spiacevole momento quando si apre la porta ed entra un altro tipo. Un giovane vestito alla moda, un po’ hipster con una barbetta curata e i pantaloni col risvoltino.
«Che succede pa’?»
«Guarda chi c’è»
«Ah, è quello della multa»
«Sì, proprio lui, e sai che ha detto? Che era tanto per dire, niente di personale».
La situazione sta peggiorando a vista d’occhio
«Senti un po’ – mi fa l’hipster – ti ricordi qualche mese fa che ti sei alzato di notte per andare a pisciare, sì»
«Mmmhh, forse sì, credo di ricordare»
«E che hai sbattuto il mignolo al piede del letto, sì»
«Eh sì, ricordo»
«E che hai detto, mannaggia quel porco crocifisso»
«Uh, così ho detto?»
«Sì, così hai detto»
«Ah, non ricordavo bene»
«Te lo ricordo io, tranquillo. Sai chi sono, vero?»
«Sei Gesù?»
«Il porco crocifisso»
«Ecco, cioè, non è che volevo offendere. È che la botta al mignolo mi ha fatto male e…»
Mi ferma mentre sto parlando e mi mostra i palmi delle mani
«Vedi qui?»
«Le ferite?»
«Stigmate si chiamano, imbecille»
«Mi pareva, ma…»
«Sai quanto fanno male queste?»
«No, mai provato»
«Molto più del tuo piedino»
«Mi fido sulla parola»
«E mamma?»
«Mamma?»
«Sì mamma, te la sei presa con mamma quando hai ricevuto la cartella dell’Agenzia delle Entrate»
«Forse la reazione è stata esagerata, chiedo scusa»
«Chiedo scusa un cazzo, se pagavi le tasse stavi tranquillo. Sai quanto gli è dispiaciuto a mamma?»
«Non ne ho idea»
«Tanto, l’hai fatta piangere come la statuina di Civitavecchia»
«Ma quella è finta!»
«Non depistare, l’hai fatta piangere. Dovresti chiedere scusa, farti perdonare»
«Non so come… non ho idea»
«Un mazzo di fiori per esempio. Mandale un mazzo di fiori»
«Appena esco lo faccio subito, vado in chiesa e porto i fiori»
«Abbravo»
«Va bene, allora io… se non c’è altro… andrei»
«Ma ’ndo vai maschio?»
«Che altro c’è?»
«Con noi come ti metti?»
«In che senso?»
«A mamma i fiori, a noi?»
«Eh, uh, non so, non ho idea, è la prima volta, spero l’ultima, cioè…»
«Vai a prendere due birre va»
«Dove?»
«Al bar, a piano terra»
«Lì alle porte dell’ascensore? Dove c’è quello vestito di blu?»
«San Pietro»
«Ah, è San Pietro. Senza barba e chiavi non avevo riconosciuto neanche lui»
«Vai bello, vai»
Apro la porta e entro nell’ascensore. Torno giù e san Pietro sta ancora lì
«Scusi, il bar?»
«Lì in fondo. Che ti serve?»
«Devo prendere due birre»
«Fai tre»
«No due, una per…»
«Ti ho detto tre, una per il principale e il figlio, la terza per me»
«Va bene, tre birre»
Vado, prendo le birre e torno da san Pietro
«Eccole, posso saltare la fila e andare su?»
«Ma ’ndo vai, lascia qua che ci penso io. E prendi l’altro ascensore, quello a destra mia no tua. Quello è paradiso, tu vai all’Inferno, così t’impari a maledire il capo»
